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Demenze: i segnali precoci da non sottovalutare

4 Dottoressa Rita Nisticò

della Dottoressa Rita Nisticò

La memoria che vacilla, piccoli vuoti quotidiani, oggetti dimenticati nei posti più impensati. Sono segnali che spesso vengono liquidati con un “è normale, sto invecchiando”, ma non sempre è così. Le demenze rappresentano oggi una delle patologie neurologiche più diffuse e invalidanti, con un impatto crescente sulla qualità della vita.

«Le demenze colpiscono frequentemente soggetti intorno ai 60-65 anni – spiega la dottoressa Rita Nisticò, specialista in neurologia della Med Center di Satriano – e spesso si manifestano in modo graduale. Proprio questa gradualità rende difficile distinguere un normale invecchiamento da un processo patologico». Il primo campanello d’allarme è legato alla memoria, soprattutto quella a breve termine. Dimenticare dove si sono messe le chiavi, non ricordare dove si è parcheggiata l’auto, lasciare il gas acceso: piccoli episodi che, se ricorrenti, meritano attenzione. «Non si tratta subito di demenza – precisa la neurologa – ma può essere una fase intermedia, il Mild Cognitive Impairment (MCI), una condizione che rappresenta un passaggio verso forme più strutturate». Anche nella malattia di Alzheimer, la forma più comune di demenza, il sintomo iniziale è proprio la difficoltà a trattenere informazioni recenti. I pazienti iniziano a dimenticare oggetti, nomi, volti, fino a perdere progressivamente l’orientamento nella vita quotidiana.

La diagnosi oggi si basa su strumenti sempre più accurati. I test neuropsicologici permettono di valutare memoria, attenzione e linguaggio, mentre le tecniche di neuroimaging, come TAC e risonanza magnetica, aiutano a individuare eventuali segni di atrofia cerebrale. Riconoscere questi segnali precocemente è fondamentale. Non solo per impostare un percorso terapeutico, ma anche per rallentare l’evoluzione della malattia e preservare il più a lungo possibile l’autonomia del paziente. Perché, quando si parla di demenza, il tempo è una risorsa preziosa.

Parkinson: i segnali che compaiono anche 20 anni prima

Il tremore è il segno più noto, quello che tutti associano immediatamente alla malattia di Parkinson. Ma la realtà è più complessa: questa patologia neurodegenerativa può iniziare molto prima, con segnali sottili e spesso ignorati. La malattia di Parkinson è la seconda patologia neurodegenerativa più diffusa e colpisce prevalentemente tra i 60 e i 70 anni. Tuttavia, i primi indizi possono comparire anche vent’anni prima. Uno dei segnali più precoci è il disturbo del sonno REM. «Durante la notte – spiega la dottoressa Nisticò – il paziente “vive” i propri sogni: parla, urla, si muove, talvolta scalcia. Un comportamento che può sembrare curioso o innocuo, ma che rappresenta un importante campanello d’allarme.

Accanto a questo, esistono altri segnali premotori. L’iposmia, ovvero la riduzione della capacità di percepire gli odori, è uno dei più frequenti. Anche una spalla dolorosa o rigida, spesso trattata come problema ortopedico, può essere in realtà una manifestazione precoce della malattia. Quando la patologia entra nella fase motoria, compaiono i sintomi più evidenti: tremore a riposo, rigidità muscolare, lentezza nei movimenti. Ma è fondamentale non fermarsi alla superficie. Non tutti i tremori sono Parkinson ed è importante distinguere la malattia dai parkinsonismi atipici». La diagnosi si basa su una valutazione clinica approfondita e su esami specifici, come la risonanza magnetica e la scintigrafia cerebrale, che permette di studiare il sistema dopaminergico, compromesso nella malattia. Riconoscere i segnali precoci significa intervenire prima. E, anche se oggi non esiste una cura definitiva, una diagnosi tempestiva può fare la differenza nel percorso di vita del paziente.